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ore 12:29
Il documento del Gruppo migranti del Lecce social forum
Carta
Ecco il testo del documento sui migranti del Gruppo migranti del Lecce social forum, scritto in occasione del vertice, ieri, dei ministri dell'interno dei paesi aderenti all'Iniziativa Adriatico-Ionica:
"Il fenomeno migratorio in Italia, come in tutti i Paesi a sviluppo avanzato è, ormai, un fenomeno strutturale destinato a rimanere tale fino a quando
rimarrà invariata l'attuale distribuzione delle risorse che vede il 23 per cento della popolazione mondiale consumare l'80 per cento delle risorse disponibili, mentre il restante 77 per cento deve accontentarsi del 20 per cento. Tale modello mette nel conto che ogni settimana muoia, nel cosiddetto Terzo mondo, tanta gente quanta ne morì con le bombe atomiche sganciate a Hiroshima e Nagasaki. Secondo attendibili stime fatte dal Segretariato delle Nazioni Unite, il
moderno fenomeno migratorio interessa un miliardo circa di persone, e sono oltre 18 milioni coloro che quotidianamente partecipano a questo evento. A queste stime bisogna poi aggiungere le consistenti quote di popolazioni ancora nomadi o seminomadi, per le quali migrare rientra nel consueto modo di esistere. Migrare, perciò, oggi come ieri, non è un fatto eccezionale - come il senso comune ci spinge a credere - ma una condizione normale dell'esistenza degli esseri umani. E' tale condizione che nel corso dei secoli ha sedimentato civiltà, popoli e culture, creando, nel contempo, grandi sconvolgimenti irreversibili, tanto nelle zone di partenza che in quelle d'arrivo: ogni cultura, ogni popolo sono frutto delle grandi migrazioni. In Italia, il fenomeno migratorio ha acceso, negli ultimi anni, animati dibattiti che quasi sempre, però, hanno focalizzato l'attenzione sulla dimensione quantitativa del fenomeno, sulla sua presunta eccezionalità e sulla ossessione mediatica della clandestinità. Gli esiti di questo
approccio - che di fatto ha condizionato il 'comune pensare' e indirizzato il 'comune agire'- sono stati la costruzione della 'sindrome da invasione e da accerchiamento', la canalizzazione di tutte le risorse economiche per la gestione delle diverse 'emergenze' (clandestinità, criminalità, prostituzione, tratta, traffici, ecc.) e la criminalizzazione dell'immigrato, 'tollerato' solo se funzionale ai bisogni dell'economia nazionale.
A questo immaginario si contrappone il fenomeno reale che demolisce tutte le pseudo argomentazioni allarmistiche e pancriminologiche.
I recenti dati del Ministero dell'Interno, resi noti dal rapporto Caritas 2002, svelano un ridimensionamento numerico degli immigrati. I
soggiornanti stranieri, che erano risultati 1.388.153 alla fine del 2000, sono scesi a 1.362.630 al 31 dicembre 2001. Tenendo conto della presenza dei minori e dei ricongiungimenti familiari si può ipotizzare una presenza straniera regolare di circa 1.600.000 persone, pari al 2,8 per cento della popolazione.
Uno straniero ogni 38 residenti: è questa l'invasione? Relativamente alla tipologia dei permessi di soggiorno, inoltre, i dati ufficiali indicano una immigrazione stabile, presente nel 59 per cento per lavoro, nel 29 per cento per motivi familiari e nel 7 per cento per altri motivi anch'essi stabili o comunque di una certa durata (adozione, motivi religiosi, residenza elettiva): nel complesso si tratta del 95 per cento del totale e ciò, senza alcun margine di dubbio, porta a leggere l'immigrazione come una dimensione strutturale della nostra società che esige correlative politiche di inclusione e di estensione della cittadinanza sociale. In particolare, gli immigrati soggiornanti per motivi di lavoro sono 800.680 e il tasso di
disoccupazione è pari al 7,5 per cento: quest'ultimo dato non solo è molto contenuto
ma certamente è anche sovrastimato, se si considera il consistente numero di persone che lavora senza copertura contributiva tanto nel settore domestico, quanto nel settore delle imprese.
Vale la pena ricordare che gli immigrati regolari di oggi sono stati i 'clandestini' di ieri poiché è risaputo che l'irregolarità è una costante di tutte le migrazioni ed è fortemente dipendente dal carattere più o meno aperto delle normative che disciplinano i flussi migratori. Il modo con cui
si affronta questo aspetto della migrazione è un imprescindibile indicatore della capacità delle politiche migratorie di tutelare i diritti fondamentali
dei migranti rifiutando la logica del proibizionismo per la quale vietare equivale ad impedire. La logica del proibizionismo, invece, appare essere la logica ispiratrice delle attuali politiche migratorie degli stati europei, che propongono una gestione dell'immigrazione irregolare in chiave segregazionista e razzista. Una logica fatta propria anche dall'Italia con l'emanazione della legge
189/2002, cosiddetta Bossi-Fini: una legge che, con l'introduzione del contratto di soggiorno, riduce lo straniero a mera forza-lavoro; che, attraverso la pratica della rilevazione delle impronte digitali, tratta l'immigrato alla stregua del criminale; che, istituendo nuove strutture di detenzione per i richiedenti asilo (i cosiddetti Centri di Identificazione) e militarizzando coste e mari, priva di ogni effettività l'art.10, comma 3 della nostra Costituzione; che, attraverso l'art.14, commi 5, 5-bis, 5-ter, 5-quater, 5-quinquies (T.U. Immigrazione modificato dalla L.189/02)
trasforma la cosiddetta clandestinità da illecito amministrativo in illecito penale destinando, così, migliaia di stranieri e/o richiedenti asilo ai circuiti penitenziari; che restringendo, de iure et de facto, il
ricongiungimento familiare nega il costituzionale diritto all'unità della famiglia. Un esempio eloquente relativo a quest'ultimo punto è l'
atteggiamento fortemente ostativo delle ambasciate italiane all'estero, le quali anche di fronte ai nulla-osta rilasciati dalle questure non concedono i visti per i ricongiungimenti familiari, o addirittura, come nel caso del consolato di Casablanca, chiudono l'Ufficio Visti 'per cause di forza maggiore'. Tutte queste misure compromettono o addirittura negano i diritti di libertà e le garanzie giurisdizionali dei migranti, contraddicono in maniera eclatante i principi fondamentali dello stato di diritto, rivelano la
tendenza alla criminalizzazione delle migrazioni e, di fatto, creano le condizioni per proclamare lo 'stato d'emergenza'. E in nome dello 'stato d'emergenza', il 20 marzo scorso è stata emanata
l'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri recante Nuove disposizioni urgenti per fronteggiare l'eccezionale afflusso di cittadini
extracomunitari giunti irregolarmente sul territorio nazionale', predisponendo la costruzione dei nuovi Centri di Identificazione e di altri Cpt. Questi ultimi istituiti con la precedente L. 40/98 (detta
Turco-Napolitano) e rapidamente potenziati e moltiplicati con la L. 189/02, rappresentano luoghi di una pericolosa sospensione del diritto, espressione della riduzione artificiosa dei migranti a non-persone da relegare in spazi di esclusione coatta: istituzionalizzazione di una pratica politica e
giuridica che, creando una 'serie Z' dell'umanità, fa regredire il diritto allo stato pre-moderno. Li abbiamo chiamati Lager per esprimere la
consapevolezza che se l'istituzione dei campi è stata possibile nel passato e ritorna ad essere possibile anche nelle moderne democrazie, allora è evidente che vi è un difetto di fondo nella cultura giuridico-politica di queste democrazie, in cui essi diventano sistema e abitudine. Ricordiamo che in Puglia, pretendente premio Nobel per la pace e l'accoglienza, vi sono diversi luoghi di sospensione del diritto, al di là della fuorviante denominazione: Regina Pacis (San Foca-Lecce), Restinco (Brindisi), Lorizzonte (Squinzano-Lecce), aeroporto militare di Palese (Bari), Borgomezzanone (Foggia). Tra questi alcuni (come Lorizzonte, Borgomezzanone e Bari-Palese) funzionano da centri di 'identificazione' per
richiedenti asilo, anticipando da diversi anni la Bossi-Fini. Molti, inoltre, sono particolarmente significativi per il 'tipo di gestione' realizzata che ha trasformato la solidarietà laica e cattolica in vera e
propria imprenditoria. Su alcuni di essi sono in corso accertamenti giudiziari per reati molto gravi. In tutti, la trasparenza della gestione, già ampiamente compromessa, è destinata a diventare ancora più torbida dopo la proclamazione dello 'stato di emergenza' che in virtù della succitata ordinanza del Presidente del Consiglio permette, in pochi articoli, di aggirare tutte le norme sulla contabilità dello stato - come, ad esempio, gli appalti - oltre a ridurre in strutture detentive i neo-costituendi Centri di Identificazione, per i quali, non esiste, ad oggi, una benché
minima regolamentazione. Se, come orgogliosamente dichiarano gli stessi ministri e sottosegretari dell'attuale governo, il flusso migratorio risulta negli ultimi mesi diminuito, in cosa consiste l'eccezionale afflusso che ha motivato la proclamazione dello 'stato d'emergenza'? In verità, il governo italiano è prigioniero della sua stessa politica che affronta il fenomeno migratorio solo in termini di sicurezza. La legge Bossi-Fini, infatti, impone, per ogni immigrato irregolare, la detenzione o l'espulsione immediata. Provvedimento di difficile attuazione che impone perciò la disponibilità di spazi 'detentivi' sempre più numerosi: l'emergenza, pertanto, è creata dalla norma, non dal fenomeno in sé. Senza considerare i costi economici di questa politica: se le cifre indicate, 'sia pure per eccesso', dall'onorevole Mantovano (intervista
pubblicata su Quotidiano di
(carta)
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