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26 Luglio 2001 ore 17:53
Miracolo, siamo ancora vivi

Ho 46 anni, tre figli, sono giornalista. Mi chiamo Flavio Brighenti. Ero a Genova. Tra i manifestanti pacifici. Qui voglio testimoniare quello che ho vissuto. Solo quello che ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie.
Sabato 21 luglio Ore 13.30
Sono in corso Torino con mia moglie e un gruppo di amici. Osservo partire il corteo, migliaia di persone che si muovono in direzione di Marassi, dove si terrà il comizio del Genoa Social Forum. Noi restiamo immobili, colpiti dall'incredibile campionario umano dei manifestanti. Folgorati dalla ricchezza degli slogan, delle sigle, degli abbigliamenti. La sensazione è che rabbia ed ironia possano
marciare insieme.
Ore 14.45 Nella strada parallela, a ridosso di piazza Rossetti, si alzano i fumi dei lacrimogeni. La battaglia di Genova è iniziata. Decidiamo di risalire il corteo, virando verso corso Italia, per allontanarci dalla zona della guerriglia e per raggiungere altri amici che sono in coda.
Lassù c'è anche mio fratello, medico, sanitario del GSF. Ci teniamo in collegamento con i telefonini. Ci auguriamo buona fortuna. Gli comunico che qui, purtroppo, sta esplodendo il casino. Noi non ci siamo ancora mossi da via Caprera, mi dice Camillo. E aggiunge che c'è un mare di gente. Impressionante. E poi: stai tranquillo, da noi è tutto assolutamente calmo.
Ore 15 Siamo attestati all'inizio della salita di corso Italia, all'altezza di via Casaregis. Sulle nostre teste volteggiano ad alta quota gli elicotteri. Sui tetti dei palazzi si scorgono i poliziotti con le telecamere che filmano e fotografano. A un chilometro la battaglia infuria. Da piazza Rossetti, dense volute di fumo nero si alzano verso il cielo. Il corteo continua ad avanzare verso corso Torino, sempre più concitatamente. Si capisce che, restando fermi, si rischia di restare isolati. Di perdere il collegamento con la testa del corteo, che conta
già decine di migliaia di manifestanti.
Ore 15.15 Risaliamo la corrente di un centinaio di metri, forse duecento. Ci sediamo sulla balaustra, per osservare, per capire cosa è il caso di fare. Se avanzare o indietreggiare. Il corteo ora è praticamente immobile. Sembra decapitato. I fumi da piazza Rossetti si fanno sempre
più alti. Ora i candelotti dei lacrimogeni piovono anche sulla tendopoli di piazzale Kennedy. Praticamente in ogni direzione. Sul mare, molte pilotine dei carabinieri dominano la scena. Nessuno potrebbe sfuggire. A proposito, incredibile ma vero: decine di persone nel frattempo prendono il sole in quella sorta di baia, inquinata. Vedo un paio di ragazze in topless e molti altri bagnanti in costume. Surreale.
Ore 15.30 Squilla il cellulare. Camillo mi chiede com'è la situazione. Gliela descrivo. Loro si sono mossi da un'oretta da via Caprera, senza incidenti. Qui sembra Apocalypse Now, gli rispondo. Ciao, a dopo. Il corteo ormai è bloccato. La polizia guadagna metri e risale verso di noi. Calma, calma. Non lasciamoci prendere dal panico. Un'amica suggerisce di andare nella zona di punta Vagno, dove c'è un altro
tendone del GSF. Ma sei impazzita, dico io. Se ci infognamo lì facciamo la fine dei topi. Restiamo in campo aperto, dove c'è libertà di movimento. Intanto, i bagnanti vengono fatti rivestire in tutta fretta dalla polizia. Brutto segno, commenta Guido.
Ore 16 Fa caldo. Non abbiamo da bere. Davanti a noi spuntano due ragazzi con uno striscione. Sopra c'è scritto: Mamma non preoccuparti, l'unica che può menarmi sei tu. Riusciamo a ridere. E comunque, rideremo ancora per poco. Dal basso, i manifestanti rinculano di corsa. Panico. Con calma, con calma, urliamo tutti. Io, mia moglie e gli amici finiamo, all'altezza del ristorante Punta Vagno, bloccati nella calca. Proprio in mezzo agli anarchici, sotto le bandiere rossonere. Gli anarchici hanno rinserrato le fila, improvvisando un servizio d'ordine. Che cazzo fate, lasciateci passare. Rispondono: la polizia sta caricando da dietro. Penso alla coda del corteo. A mio fratello. Lo richiamo. Risponde la segreteria telefonica. Cristo. Riprovo, due minuti dopo. Squilla. Millo (lo chiamo così da sempre), vi stanno caricando? No no, siamo in corteo, tutti uniti. Qui continuano a dire che sulla coda caricano, perché? Non lo so, ma stai tranquillo. Torno all'attacco con gli anarchici. Insisto: non è vero che abbiamo la polizia alle spalle, me lo ha hanno appena comunicato da là. Lo
vedi questo cellulare? E loro: ma noi non parliamo della coda del corteo, la pula è qui dietro. Dove? L'incrocio con via Piave è distante un centinaio di metri. Ma siamo troppi, troppi per riuscire a vedere qualcosa. E così ammassati che non possiamo muoverci.
Ore 16.15 C'è un silenzio irreale. Si percepisce che siamo in un cul de sac. Alcuni cercano rifugio su una sorta di collinetta sul lato mare. Il terreno è friabile, ci sono alberelli di pitosforo che a me sembrano scheletri, e una rete metallica sfondata poco più su. Ma il buco nella
maglia è piccolo: ci passa una persona alla volta, a fatica. Urlo a mia moglie: non andate lì, restate sulla strada. E comunque: siamo così pigiati che le intenzioni restano tali. Per tutti. All'improvviso, accade quello che temevamo. La polizia carica. Ci piovono addosso i lacrimogeni. Sono decine, forse centinaia. Arrivano da ogni parte, me ne arrivano un paio tra i piedi. Cerco di stringere gli occhialetti Speedo da piscina, che ho portato per
protezione, per riuscire a tenere gli occhi aperti. Ma si spezza l'elastico. E i polmoni mi si riempiono di un'aria disgustosa, irrespirabile. Respiro gas. Mi sento morire. Vorrei afferrare la mano di Lucia. Non ci riesco. Decido di buttarmi sulla strada. Ho fortuna. C'è un sanitario del GSF. Mi dice: apri la bocca. E inala uno spray che mi allarga i polmoni. Dio, torno a respirare. Mi guardo attorno. È
l'inferno. La polizia ci è addosso. Tanti manifestanti sono a terra. Impotenti. I celerini avanzano, intabarrati nelle loro armature. Sembrano guerrieri spaziali, sotto i loro caschi, dietro le maschere antigas, e gli scudi, e le armi puntate. Vedo un ragazzo senza più scarpe né maglietta, solo i pantaloni luridi. Corre, cerca di sfuggire ai poliziotti. Ha il volto coperto di sangue. Scivola sul selciato, cade
a terra. Gli sono addosso, lo caricano di manganellate. Vorrei gridare: noooo! La voce non mi esce dalla gola. Esce da altre, la polizia lo prende con le cattive e lo rimette in piedi, mentre lui implora. Intanto, i poliziotti raccolgono da terra i vessilli scegliendoli con cura e li
buttano dentro i loro cellulari. Ora vedo gli amici a braccia alzate. Ma dov'è Lucia? Per fortuna è ancora là, aggrappata a un albero, con gli occhi rossi. Scendete,
presto, dico a lei e a Roberto. Dalla parte opposta della collinetta i manifestanti vengono tirati giù con il manganello. Ho le mani nei capelli.Gli occhi pieni di lacrime. Ma ora Lucia è con me. E Roberto. Più in là Luisa. All'appello mancano Guido e sua sorella. Dove sono?
Siamo tutti a braccia alzate. Camminiamo tra ali di celerini. Sono forche caudine. Ci urlano: bastardo, stronzo, figlio di puttana, comunista di merda. Sulla destra un poliziotto mi guarda con occhi di odio: bastardo (lui lo dice, io lo penso). Sulla sinistra un altro mi
afferra il braccio e mi rassicura: è tutto apposto. Grazie, gli dico. Ma un minuto più tardi Lucia mi delude. Lei e altri manifestanti hanno sentito distintamente: zitti zitti, c'è la stampa. Il giorno successivo, domenica, a TG2 Dossier, verso le 21.30, scorrono le immagini della nostra “resa”. Ecco qual era la “stampa” cui alludeva quel celerino. Però le immagini vengono mandate in onda senza sonoro. Senza rumore d'ambiente: il pubblico non può sentire gli insulti che ci hanno regalato. Le ingiurie restano nella nostra memoria, la mia, quella di Lucia, di Roberto, di tutti gli altri democratici che le hanno subìte. Altri hanno
subito qualcosa di infinitamente peggiore.
Ore 16.30 Miracolo. Siamo ancora interi. Con mia moglie risaliamo via Piave. È pieno di cellulari. I celerini ci guardano con odio. Poi ripartono sui loro mezzi, simulando dalle torrette di spararci altri lacrimogeni. La macchina che chiude la fila sgomma verso un crocchio di manifestanti, più su.
Ore 17, circa. Da mezz'ora cerco disperatamente di sentire mio fratello. Il suo telefonino è “morto”. Prego che lui sia vivo. Arriviamo alla scuola Diaz, centro del GSF, quello che poi, durante la notte, subirà la visita “cilena” della polizia. Arriva un'ambulanza del GSF, ha il lunotto
sfondato. Presto, questo ragazzo sta male, portatelo su. Ma cosa è successo? Lo abbiamo raccolto dalla parti di via Zara, ha il volto sfigurato, raccontano i sanitari. Lo abbiamo caricato sull'ambulanza, la polizia ci ha sparato un lacrimogeno dentro. Salgo le scale con loro. Nella sala medica ci sono molti feriti. Mi vergogno, quando chiedo ancora un po' di spray per respirare. Chiedo se sanno niente di Camillo, il loro collega coi capelli biondi e ricci, mio fratello. Nessuno sa nulla. Entro nel panico. Esco. Abbiamo ritrovato Guido, c'è anche sua sorella.
Ore 18 Squilla il telefonino. Compare la scritta: Millo. Mi si apre il cuore. Flavio, sto bene, stiamo bene. Ci hanno caricati, ma ora è finita. Cerchiamo di raggiungervi. Sembra facile. Ma muoversi per Genova è un'impresa titanica. I poliziotti sono dappertutto, sbarramenti di cellulari e blindati ovunque. Siamo alla loro mercé. Riusciremo a rivederci solo tre ore più tardi, dopo che il mio gruppo di amici ha trovato rifugio nel frattempo a casa di amici, dopo vani tentativi di dirigerci verso la casa dei miei genitori, che sta su a Castelletto. Oltre la zona rossa. Irraggiungibile.
Ore 21 Siamo su un taxi, dalle parti dello stadio Carlini. Mio fratello è arrivato alla Diaz. Veniamo a prenderti, gli dico, non muoverti di lì. Quando sale sul taxi, ci descrive un po' di situazioni vissute. Ha soccorso ragazzi con la schiena devastata dalle manganellate. Li hanno bastonati con rara ferocia. Racconta: ho contato quarantotto manganellate sul corpo di un ragazzo, avrà avuto diciotto anni. Un mio
collega ha trovato una ragazza straniera che aveva la gamba spezzate in tre punti diversi. Prima l'hanno manganellata, poi l'hanno sollevata di peso e l'hanno butta giù da un muretto.
Ore 21.30 Siamo sulla nostra macchina, a Castelletto. Diretti verso casa, nel Levante. Sulla circonvallazione a monte incontriamo molti autostoppisti. È difficile muoversi, per chi non abbia auto private o soldi per i (pochi) taxi in movimento. Prendiamo a bordo tre ragazze svizzere. Dove andate? Verso Corso Italia, rispondono. Ci raccontano cose agghiaccianti. Loro erano a Marassi, la zona dove Agnoletto e gli altri del GSF sono riusciti a tenere il comizio, mentre noi eravamo ancora in corteo. Dicono che sono fuggite, verso sera, quando hanno visto i poliziotti salire su un autobus di linea carico di ragazzi, e hanno iniziato a manganellarli. Le ragazze ci dicono: non abbiamo mai visto polizia tanto feroce in nessun'altra parte d'Europa.
Eppure, il ministro degli Interni Scajola loderà in Parlamento le forze dell'ordine per la loro abnegazione e la loro professionalità. E il presidente del Consiglio prometterà un aumento di stipendio. La battaglia di Genova è finita. Forse anche la democrazia nel nostro paese.

P.S. Domenica mio fratello mi telefona, e mi racconta un episodio che mi aveva taciuto il giorno prima. Intorno a mezzogiorno e mezzo di sabato, mentre lui è di scorta sanitaria alle tute bianche, all'altezza della scuola Champagnat, viene segnalato l'arrivo di manifestanti “non identificati” alle spalle della polizia, che vigila a ridosso delle stesse tute bianche. Dopo averne discusso nel gruppo, si decide di avvertire la polizia del pericolo. Camillo e un altro ragazzo del GSF, giornalista free lance, si rivolgono a un funzionario di PS, dicendo: state attenti, sta arrivando qualcuno che non è dei nostri. E non vogliamo che accadano incidenti. Il funzionario risponde, gentile ma risoluto: all'ordine pubblico pensiamo noi. Sappiate solo che se ci tirano addosso due sassi, chiunque ce li tiri, noi carichiamo. E oggi vi massacriamo. Se volete un consiglio, mandate a casa le vostre donne e i vostri figli.
Flavio Brighenti
(il manifesto)